Allarme Sea sui conti di Palazzo Marino. La tempesta sui mercati finanziari delle ultime settimane, infatti, è tornata ad addensare densi nuvoloni sulla quotazione in Borsa degli aeroporti milanesi. Un’operazione destinata a portare nelle casse del Comune entro fine anno 160 milioni di cui Milano ha bisogno come il pane. E mentre l’azienda e gli advisor continuano a lavorare per il collocamento («quella rimane la nostra priorità», assicurano fonti del gruppo) i tecnici della giunta hanno iniziato a studiare l’ipotesi di un “Piano B” per non aprire un’altra voragine nei conti della città.
L’iter per la vendita del 2535% della società di gestione di Linate e Malpensa, naturalmente, prosegue per ora come previsto. La domanda di ammissione in Borsa è stata presentata a Palazzo Mezzanotte pochi giorni fa. Tre banche d’affari stanno mettendo a punto il prospetto. L’obiettivo è quello di mandare in porto l’operazione tra ottobre e novembre per poi staccare la maxicedola milionaria per il Comune. La strada verso Piazza Affari si è fatta però improvvisamente in salita nelle ultime settimane. La speculazione (al netto della ripresina di ieri) ha iniziato a mettere nel mirino l’Italia. I mercati sono andati in fibrillazione, scivolando ai minimi del 2011.
Uno scenario da incubo per una quotazione, specie in un anno in cui ben quattro potenziali matricole – Rhiag, Moncler, Philogen e Sem – hanno rinunciato allo sbarco in Borsa alla vigilia del debutto proprio perché non riuscivano a trovare compratori al prezzo desiderato. «Se avessimo dovuto collocare gli aeroporti milanesi in questi giorni – dice una fonte vicino alle banche coinvolte – sono quasi certo che l’operazione sarebbe fallita».
In casa Sea il copione lo conoscono bene: nel 2001 Malpensa aveva bussato a Piazza Affari una prima volta, cancellando il piano di quotazione in zona Cesarini per la crisi seguita all’attentato alle Torri Gemelle. La giunta Albertini aveva provato nel 2006 a vendere il 33 per cento della società a investitori istituzionali calcolando in 600 milioni il valore del 100 per cento dell’azienda (il 50 per cento in più di quanto viene stimata oggi). Alla fine però l’asta era andata deserta.
Non c’è due senza tre, dice il proverbio. E in Comune, dove il dividendone della Sea era considerato fino a ieri un assegno già in cassaforte, hanno iniziato a drizzare le antenne. Cosa fare se fra tre mesi i mercati saranno in crisi? Non si tratta di una discussione accademica. Palazzo Marino sta già incontrando forti difficoltà a vendere la partecipazione nella Serravalle, un’altra somma data già per scontata nei bilanci previsionali della giunta Moratti. E il mancato incasso della cedola dagli aeroporti rischierebbe di far saltare del tutto il bilancio municipale.
I tecnici della giunta, dunque, hanno iniziato da qualche giorno a valutare, per ora a livello teorico, eventuali alternative. La strada è stretta: i 160 milioni, in teoria, sono già disponibili nel bilancio della Sea, alla voce riserve. La loro distribuzione però è stata vincolata alla quotazione. In caso di flop del collocamento si potrebbero cambiare gli accordi e procedere a un prelievo “forzoso” (Palazzo Marino è azionista di controllo di Sea). Ma Malpensa e Linate resterebbero così senza un quattrino in tasca alla vigilia di un ambizioso piano di investimenti e dovendo ancora fare i conti con il dehubbing dell’Alitalia. Trovare una soluzione non sarà facile.
Un’altra ipotesi potrebbe essere quella di seguire l’esempio di Moncler. L’azienda di piumini, respinta da Piazza Affari, ha ceduto una quota del suo capitale a un nuovo investitore, risolvendo così la questione senza passare dalla Borsa. Il settore delle infrastrutture in fondo rimane un asset interessante per gli operatori istituzionali. Privati (il fondo F2I ad esempio ha già rilevato lo scalo di Capodichino e quello di Genova) o pubblici come la stessa Cassa depositi e prestiti. Si vedrà. Per il momento in Sea e in Comune incrociano le dita. Sperando che sui mercati torni il sereno e sotto l’albero di Natale la giunta Pisapia possa trovare come regalo l’assegno da 160 milioni della società guidata da Giuseppe Bonomi.
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