martedì 11 ottobre 2011
giovedì 6 ottobre 2011
Alexander Fleming: la scoperta casuale della penicillina
La scoperta della penicillina avvenne per puro caso: durante i primi anni del Novecentola convinzione che ci fossero agenti micotici che potessero aiutare l'uomo a difendersi da altri germi patogeni era diffusa, ma non provata. La ricerca in questo senso languiva senza poter produrre effetti utili.
Il punto di svolta si ebbe quando Alexander Fleming, nel suo laboratorio di St. Martin, aLondra, verificando lo stato di una coltura di batteri, vi trovò una copertura di muffa. Questo evento non aveva nulla di straordinario, poiché erano normali situazioni del genere; la cosa eccezionale fu invece il fatto che questa muffa aveva annientato tutti ibatteri circostanti.
La scoperta, come si è detto, fu casuale; infatti, se si fosse trattato di un altro tipo di germi, o di un altro tipo di muffa, o più semplicemente di uno scienziato più distratto, probabilmente tutto sarebbe passato inosservato.
La scoperta non suscitò all'epoca grande entusiasmo, anche perché la penicillina non curava molte altre malattie, tra cui la più banale influenza, non immunizzava e soprattutto non eliminava definitivamente i batteri, ma li 'stordiva', in attesa che ilsistema immunitario si organizzasse per combatterli e distruggerli. Inoltre, essendo eliminata piuttosto velocemente, erano necessarie diverse somministrazioni giornaliereper ottenere l'effetto desiderato.
Nel 1941 però successe qualcosa che dimostrò, invece, l'efficacia reale di questoritrovato. In un ospedale di Oxford, durante la guerra, era ricoverato un poliziotto che stava per morire di setticemia a causa di una piccola ferita infetta al lato della bocca.
La scoperta non suscitò all'epoca grande entusiasmo, anche perché la penicillina non curava molte altre malattie, tra cui la più banale influenza, non immunizzava e soprattutto non eliminava definitivamente i batteri, ma li 'stordiva', in attesa che ilsistema immunitario si organizzasse per combatterli e distruggerli. Inoltre, essendo eliminata piuttosto velocemente, erano necessarie diverse somministrazioni giornaliereper ottenere l'effetto desiderato.
Nel 1941 però successe qualcosa che dimostrò, invece, l'efficacia reale di questoritrovato. In un ospedale di Oxford, durante la guerra, era ricoverato un poliziotto che stava per morire di setticemia a causa di una piccola ferita infetta al lato della bocca.
Rivelatesi inutili le somministrazioni di sulfamidici, al poliziotto venne iniettata una dose di penicillina di 200 mg. Accanto al suo letto non c'era Fleming, ma i suoi due collaboratoriChain e Florey; un netto miglioramento cominciò a vedersi. Purtroppo, le scorte di penicillina si esaurirono ed il poliziotto morì, ma l'efficacia del farmaco contro le infezioni fu definitivamente dimostrato. In Gran Bretagna e negli USA cominciò una massiccia produzione del preparato.
Nel 1944 Alexander Fleming fu insignito del titolo di baronetto e l'anno dopo divise il premio Nobel con i suoi collaboratori Chain e Florey.
Fleming morì nel 1955 e fu sepolto nella Cattedrale di S. Paolo, insieme ad altri inglesi illustri.
Nel 1944 Alexander Fleming fu insignito del titolo di baronetto e l'anno dopo divise il premio Nobel con i suoi collaboratori Chain e Florey.
Fleming morì nel 1955 e fu sepolto nella Cattedrale di S. Paolo, insieme ad altri inglesi illustri.
martedì 4 ottobre 2011
domenica 2 ottobre 2011
“Tanto muore” così si risparmia sui farmaci Indagine su tre cliniche a Palermo
Due anni di indagini svolte dai carabinieri: una dottoressa della clinica Latteri viene intercettata mentre parla a una collega e la esorta a non somministrare ai pazienti il Tad, un famaco disintossicante dato ai malati di tumore dopo la chemioterapia
“Perché spendere? I parenti sperano che muoia, e io non gli faccio altri 10 giorni di albumina, sono soldi buttati”. È la dottoressa Latteri dell’omonima clinica di Palermo che parla al telefono a una collega spiegando che non bisogna più somministrare ai pazienti il Tad, un farmaco disintossicante dato ai malati di tumore dopo la chemioterapia, rimborsato dalla Regione 100 euro a seduta. L’ordine, però, non riguardava tutti i pazienti, ma solo quelli entrati nella clinica con un “day service”, mentre per quelli ricoverati, essendo maggiore il rimborso, si poteva procedere. Una truffa da un milione e 200 mila euro che ha portato anche a un aberrante sistema che prevedeva pazienti di serie A e pazienti di serie B, questi ultimi costretti a soffrire la totalità degli effetti collaterali dovuti alle sedute di chemioterapia.
È quanto è emerso dall’inchiesta condotta per oltre due anni dal Nucleo antisofisticazione dei carabinieri e coordinata dal pm Amelia Luise. Imminente la richiesta di rinvio a giudizio per 17 persone tra medici e dirigenti di tre cliniche palermitane, Latteri, Maddalena e Noto. Oltre alla mancata somministrazione del Tad, le tre strutture private chiedevano il rimborso per i ricoveri, che avrebbero dovuto includere gli esami specialistici, e poi un ulteriore rimborso per gli accertamenti diagnostici effettuati in strutture collegate o esterne alle case di cura. Tra gli indagati anche due medici che ufficialmente lavorano in ospedali pubblici ma che, in cambio di denaro, dirottavano pazienti alla Latteri e alla Noto, sostenendo che nei nosocomi non ci fosse posto.
Secondo gli inquirenti, al diktat impartito ai sanitari dalla dottoressa Maria Teresa Latteri, che gestisce la clinica, in un primo tempo aveva provato a ribellarsi la collega Maria Rosaria Valerio, inutilmente. In una intercettazione infatti la Valerio dice: “Il paziente vomita, si disidrata, bisogna fargli il Tad”. Ma la Latteri rimane inflessibile: “Allora non hai capito che la prassi che fai tu costa alla clinica 250 euro e quello (l’assessore alla Sanità, ndr) ce ne dà 100?”.
Nel settembre 2009, due mesi dopo il decreto con cui l’assessorato regionale alla Sanità tagliava i rimborsi alle cliniche e imponeva sedute di chemioterapia quasi esclusivamente senza ricoveri, la conferma di questo modus operandi arriva ai carabinieri da una telefonata tra un paziente, allarmato dall’effetto della chemio, e la dottoressa Valerio: “Sono rosso in viso, come se avessi delle vampate. Anche negli occhi… E perché questa volta la Tad non l’avete fatta?”. Non mancano i turbamenti tra il personale. Come il medico Scaletta, che alla Valerio per telefono disse: “Così non si può vivere, anche per una questione di coscienza nei riguardi delle persone”.
“Se confermati – ha commentato ieri l’assessore regionale alla Salute, Massimo Russo – si tratta di fatti di una gravità inaudita. E adesso vedremo se ci sono le condizioni per adottare fin da subito i consequenziali provvedimenti, compresa la revoca del convenzionamento”. Ma mentre Leoluca Orlando, presidente della Commissione d’inchiesta della Camera sugli errori in campo sanitario, ha dichiarato che chiederà una relazione all’assessore siciliano, il segretario regionale della Cgil medici, Renato Costa, attacca: “La verità è che le strutture private sono fuori controllo. La riforma sanitaria adotta sistemi rigidi e tagli sulla sanità pubblica, ma non altrettanto sul fronte privato. E poi, chi controlla la qualità del servizio di queste strutture?”.
Lo scandalo delle cliniche aumenta la tensione sull’assessorato alla Sanità siciliano, già nella bufera dopo il decreto che taglia nell’isola 23 punti nascita al di sotto dei 500 parti annui: in questi giorni gli amministratori locali e i cittadini delle Madonie e delle isole minori protestano contro l’assessore Russo. Da tre giorni l’ospedale di Petralia Sottana è occupato da un gruppo di nove sindaci, mentre è previsto per oggi un sit-in di protesta davanti l’ospedale San Raffaele Giglio di Cefalù contro la chiusura del reparto di ostetricia.
È quanto è emerso dall’inchiesta condotta per oltre due anni dal Nucleo antisofisticazione dei carabinieri e coordinata dal pm Amelia Luise. Imminente la richiesta di rinvio a giudizio per 17 persone tra medici e dirigenti di tre cliniche palermitane, Latteri, Maddalena e Noto. Oltre alla mancata somministrazione del Tad, le tre strutture private chiedevano il rimborso per i ricoveri, che avrebbero dovuto includere gli esami specialistici, e poi un ulteriore rimborso per gli accertamenti diagnostici effettuati in strutture collegate o esterne alle case di cura. Tra gli indagati anche due medici che ufficialmente lavorano in ospedali pubblici ma che, in cambio di denaro, dirottavano pazienti alla Latteri e alla Noto, sostenendo che nei nosocomi non ci fosse posto.
Secondo gli inquirenti, al diktat impartito ai sanitari dalla dottoressa Maria Teresa Latteri, che gestisce la clinica, in un primo tempo aveva provato a ribellarsi la collega Maria Rosaria Valerio, inutilmente. In una intercettazione infatti la Valerio dice: “Il paziente vomita, si disidrata, bisogna fargli il Tad”. Ma la Latteri rimane inflessibile: “Allora non hai capito che la prassi che fai tu costa alla clinica 250 euro e quello (l’assessore alla Sanità, ndr) ce ne dà 100?”.
Nel settembre 2009, due mesi dopo il decreto con cui l’assessorato regionale alla Sanità tagliava i rimborsi alle cliniche e imponeva sedute di chemioterapia quasi esclusivamente senza ricoveri, la conferma di questo modus operandi arriva ai carabinieri da una telefonata tra un paziente, allarmato dall’effetto della chemio, e la dottoressa Valerio: “Sono rosso in viso, come se avessi delle vampate. Anche negli occhi… E perché questa volta la Tad non l’avete fatta?”. Non mancano i turbamenti tra il personale. Come il medico Scaletta, che alla Valerio per telefono disse: “Così non si può vivere, anche per una questione di coscienza nei riguardi delle persone”.
“Se confermati – ha commentato ieri l’assessore regionale alla Salute, Massimo Russo – si tratta di fatti di una gravità inaudita. E adesso vedremo se ci sono le condizioni per adottare fin da subito i consequenziali provvedimenti, compresa la revoca del convenzionamento”. Ma mentre Leoluca Orlando, presidente della Commissione d’inchiesta della Camera sugli errori in campo sanitario, ha dichiarato che chiederà una relazione all’assessore siciliano, il segretario regionale della Cgil medici, Renato Costa, attacca: “La verità è che le strutture private sono fuori controllo. La riforma sanitaria adotta sistemi rigidi e tagli sulla sanità pubblica, ma non altrettanto sul fronte privato. E poi, chi controlla la qualità del servizio di queste strutture?”.
Lo scandalo delle cliniche aumenta la tensione sull’assessorato alla Sanità siciliano, già nella bufera dopo il decreto che taglia nell’isola 23 punti nascita al di sotto dei 500 parti annui: in questi giorni gli amministratori locali e i cittadini delle Madonie e delle isole minori protestano contro l’assessore Russo. Da tre giorni l’ospedale di Petralia Sottana è occupato da un gruppo di nove sindaci, mentre è previsto per oggi un sit-in di protesta davanti l’ospedale San Raffaele Giglio di Cefalù contro la chiusura del reparto di ostetricia.
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